il blog del Magno

Diario dall'Asinara: un giorno nell'isola dei segreti e della natura selvaggia

 La partenza: il vento in faccia verso l'ignoto

La nostra avventura comincia di mattina presto dal porto di Stintino. Io e Mioara saliamo sulla motonave con gli zaini in spalla, una scorta generosa di acqua (fondamentale, visto che sull'isola i servizi sono pochissimi) e tanta curiosità. Il viaggio in barca dura poco meno di trenta minuti, ma è sufficiente per staccare completamente la spina dal resto del mondo.

Man mano che ci avviciniamo a Fornelli, il molo d'attracco principale, l'acqua cambia colore, passando dal blu profondo a un azzurro trasparente che sembra finto.

L'incontro più atteso: gli asinelli bianchi

Non facciamo in tempo a mettere piede sulla terraferma che veniamo subito accolti dai veri padroni di casa: gli asinelli bianchi dell'Asinara. Sono creature magiche, affette da una forma di albinismo che le rende uniche al mondo.

Camminano tranquilli a ridosso della macchia mediterranea, per nulla spaventati dai visitatori. Rispettando la loro natura, ci fermiamo a osserverli a distanza: i loro occhi chiari e il manto candido, che contrasta con il verde del lentisco e il rosso delle rocce granitiche, sono la prima vera cartolina di questo viaggio.

Tra bellezza e memoria: il Carcere di Fornelli

L'Asinara è stata per decenni un'isola-satellite invalicabile: prima stazione sanitaria di quarantena, poi campo di prigionia e infine carcere di massima sicurezza fino al 1998. Questa chiusura forzata ha preservato l'ecosistema, ma ha anche lasciato ferite profonde.

La nostra prima tappa è l'ex supercarcere di Fornelli. Camminare tra i corridoi silenziosi, sbirciare dentro le celle strette e leggere le storie dei detenuti (tra cui spiccano nomi della criminalità organizzata e delle Brigate Rosse) fa venire i brividi. Si avverte una strana eco di sofferenza, che rende la visita incredibilmente toccante. È il contrasto più forte dell'isola: fuori il paradiso terrestre, dentro l'inferno della reclusione.

Esplorando l'isola: polvere, sole e macchia mediterranea

Per girare l'isola scegliamo il fuoristrada con guida autorizzata (ma per i più sportivi ci sono anche le biciclette o i trenini elettrici). La strada è un nastro di terra battuta che si snoda tra colline brulle e calette da sogno.

Mentre ci spostiamo verso nord, il profumo di elicriso e mirto invade l'abitacolo. La guida ci racconta di come l'isola sia tornata a respirare da quando è diventata Parco Nazionale nel 1997. Oggi qui nidificano uccelli rari, corrono i mufloni e i cinghiali, e la flora cresce indisturbata.

Facciamo una sosta a Cala Reale, un tempo centro nevralgico della colonia penale, dove oggi si trova il centro di recupero delle tartarughe marine Caretta caretta, e poi proseguiamo fino a Cala d'Oliva, l'unico vero "paesino" dell'isola, un borgo dalle case bianche dove un tempo vivevano le famiglie delle guardie carcerarie.

Un tuffo dove l'acqua è più blu: Cala Sabina

La giornata è calda e la ricompensa finale si chiama Cala Sabina. È una delle poche spiagge dell'isola dove è consentita la balneazione (molte zone sono a protezione totale e non si possono nemmeno calpestare).

Arrivarci a piedi attraverso un sentiero sterrato rende il momento del tuffo ancora più epico. La sabbia è bianca e finissima, l'acqua è così limpida che i pesci ci nuotano intorno alle caviglie senza paura. Immergersi qui è come fare il bagno in una piscina naturale, circondati solo dal silenzio e dal rumore del vento.

Il ritorno: cosa ci portiamo a casa

Mentre la motonave si stacca dal molo per riportarci a Stintino, io e Mioara guardiamo l'Asinara allontanarsi sotto la luce calda del tramonto.

Questo non è un viaggio per chi cerca i resort di lusso o la vita notturna della Costa Smeralda. È un viaggio per chi vuole camminare a passo lento, per chi sa ascoltare il silenzio e per chi vuole riscoprire una Sardegna selvaggia, fiera e meravigliosamente isolata. L'Asinara ti entra dentro proprio così: con la sua bellezza cruda e la sua storia indimenticabile.

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