Santuario di Santa Cruz, Oran.
La luce su Orano ha un taglio netto, quasi teatrale, quando si sale lungo i tornanti del Monte Murdjadjo. Arrivare a Santa Cruz non è solo un'ascesa fisica, ma un distacco dai ritmi frenetici della città sottostante. Da quassù, la baia si distende in un abbraccio vasto e silenzioso, con il Mediterraneo che increspa la costa algerina in una calma senza tempo.
La fotocamera a telemetro pesa il giusto tra le mani, una presenza familiare e rassicurante. Questo è un paesaggio che esige la profondità del bianco e nero: le ombre spigolose e dure del Forte di Santa Cruz, con le sue geometrie di pietra cariche di storia, contrastano in modo quasi violento con la morbidezza candida del santuario di Notre Dame. L'occhio, abituato a cercare l'allineamento esatto delle linee di produzione e la precisione meccanica nei cantieri industriali, trova qui una simmetria diversa, ruvida e poetica. C'è il tempo di fermarsi ad aspettare che l'inquadratura sia perfetta, cercando il respiro del documentario.
Il vento che sale dal mare porta con sé i rumori lontani e smorzati di Orano. È un'atmosfera sospesa, di quelle in cui è facile perdersi, magari con le note malinconiche di una vecchia canzone che suonano ostinate in un angolo della mente. In momenti come questo, di fronte a tanta ampiezza, il pensiero scivola naturalmente verso la Mio, immaginando la sua espressione davanti a questa distesa immensa di tetti chiari e mare aperto, condividendo mentalmente con lei la pace profonda di questo istante.
Prima di rimettersi in cammino per affrontare la discesa, c'è solo il tempo per un ultimo respiro. Si abbassa la macchina fotografica e si lascia che sia semplicemente lo sguardo a registrare la vastità dell'orizzonte, un frammento ruvido e bellissimo di Algeria destinato a rimanere impresso molto prima di diventare inchiostro digitale e fotografia.


